Quando le sensazioni arrivano prima delle parole
A cura di Fiorella Rubino
La capacità di regolare il nostro comportamento, le nostre emozioni e il nostro pensiero trova le sue radici nel corpo. Essa si basa su processi molto complessi, che avvengono in gran parte al di fuori della nostra consapevolezza e che riguardano innanzitutto la fisiologia.
Da bambini impariamo a regolare noi stessi attraverso l’esperienza di essere regolati dagli adulti che si prendono cura di noi. Da adulti continuiamo a regolare le nostre sensazioni fisiche, le nostre emozioni e i nostri comportamenti insieme alle persone che ci stanno accanto. Per tutta la vita continuiamo ad avere bisogno del supporto degli altri per regolare il nostro stato interno nei momenti di maggiore difficoltà.
La regolazione è un sentimento radicato nel corpo, e non un concetto mentale. Essa coinvolge il respiro, il battito cardiaco, le sensazioni viscerali, i livelli di energia. Essa attraversa il tono della voce, lo sguardo, la mimica del volto, i gesti, il contatto. È per questa ragione che spesso le parole non sono sufficienti a farci sentire meglio e che gli abbracci possono essere tanto potenti.
Imparare a scrivere le lettere dell’alfabeto. Risolvere un’equazione matematica. Giocare una partita di calcio con gli amici. Partecipare a una riunione aziendale.
Organizzare il fine settimana al mare.
Le più comuni attività della vita quotidiana diventano molto difficili, se non addirittura impossibili, quando usciamo dalla nostra finestra di regolazione e facciamo fatica a ritornarci.
Ma che cos’è la regolazione?
È una questione per me molto affascinante, che ho avuto modo di approfondire seguendo i lavori di studiosi come Kim Barthel, Allan Schore e Stephen Porges.
La regolazione potrebbe essere definita come la capacità di adattare i nostri livelli di energia per incontrare le richieste dell’ambiente, aumentandoli o diminuendoli in relazione alle attività che dobbiamo sostenere. Guardare una puntata della nostra serie televisiva preferita stando seduti sul divano o gareggiare in una corsa a ostacoli richiedono livelli di attivazione ben diversi tra loro e quelli ottimali in una condizione risulterebbero del tutto inadeguati nell’altra.
La regolazione potrebbe anche essere definita come la capacità di mantenere un livello di vigilanza adatto a orientare e a mantenere la nostra attenzione là dove ci serve o desideriamo. Se siamo assopiti per la stanchezza o se siamo molto allarmati per una vespa che ci sta ronzando attorno sarà molto difficile prestare attenzione a qualcuno che ci sta parlando o goderci un’attività di gioco.
O ancora, la regolazione potrebbe essere definita come la capacità di avvertire nel proprio corpo le sensazioni, le emozioni e le attivazioni fastidiose, di contenerle e di superarle per transitare in uno stato fisiologico ed emotivo differente. Possiamo cogliere e riconoscere la preoccupazione per un esame che dobbiamo sostenere nel respiro bloccato, possiamo accettarla per quella che è e fare qualche respiro più ampio, lasciando al nostro corpo il tempo necessario per resettarsi e per raggiungere il giusto stato di attivazione.
Perché la nostra capacità di regolazione è così importante?
Perché, quando la nostra regolazione vacilla e andiamo in difficoltà nel recuperarla, ci disorganizziamo e perdiamo la capacità di accedere alle nostre competenze più evolute. Perdiamo la lucidità nel pensiero, l’efficacia nel parlare e nel comprendere le parole degli altri, la capacità di organizzare le azioni e di coordinare i movimenti. Possiamo anche perdere la nostra capacità di prestare attenzione e di cercare o di ricevere supporto delle persone che ci stanno accanto.
Da dove deriva la nostra capacità di regolazione?
Essa trae origini dalla capacità che hanno avuto i nostri genitori, o chi altro si è preso cura di noi durante i primi anni di vita, di riconoscere, di contenere, di organizzare e di attribuire un significato alle sensazioni che ci arrivavano dal nostro corpo e dall’ambiente e che per noi erano incomprensibili o intollerabili nella loro intensità.
In altre parole, la nostra capacità di regolazione nasce dalle risposte che abbiamo ricevuto alle nostre grida per il buco allo stomaco che sentivamo da neonati quando eravamo affamati, al nostro pianto per il dolore che avvertivamo allo spuntare dei dentini, alla frustrazione per i capitomboli fallimentari quando provavamo a reggerci da soli sulle nostre gambe. Gli sguardi amorevoli, i sorrisi benevoli, gli abbracci accoglienti, il tono di voce confortante con cui gli altri hanno dato un senso alle nostre sensazioni, nominando con le loro parole la nostra fame o il nostro dolore e rassicurandoci che tutto andava bene, hanno plasmato nel nostro cervello i circuiti deputati alla regolazione. Esperienza dopo esperienza, abbiamo organizzato l’anatomia e la chimica del nostro sistema nervoso e abbiamo gradualmente integrato la funzionalità delle strutture più basiche, responsabili delle funzioni vitali involontarie come il ritmo sonno-veglia, con la funzionalità delle strutture corticali più evolute, responsabili del controllo intenzionale del nostro comportamento, passando attraverso quelle strutture intermedie che gestiscono l’impatto emotivo degli eventi che ci accadono.
I nostri centri di controllo superiori raggiungono la loro maturità biologica non prima dei 25 anni di età e la nostra capacità di pensiero riflessivo necessita di essere coltivata ben oltre la giovinezza per riuscire a sostenere in maniera sempre più efficace la nostra capacità di regolarci in autonomia. Ma, per tutta la vita, la via più veloce per regolarci resta quella delle sensazioni provenienti dal nostro corpo e dai messaggi di sicurezza provenienti dai corpi degli altri in relazione con noi.
Pensando alla vita quotidiana, tutto ciò spiega perché, ad esempio, con un bambino che inizia ad agitarsi sopraffatto dalla confusione dell’ambiente o con un bambino che si paralizza davanti alla paura dell’insuccesso risultano spesso vani i nostri tentativi di tranquillizzarli utilizzando le migliori argomentazioni logiche. E, quando esse funzionano, non è per il contenuto delle parole pronunciate, ma per la qualità affettiva del tono della voce, dell’espressione del volto, dei gesti e della postura con cui le abbiamo accompagnate.
Tutto ciò spiega anche perché, per noi adulti, quando viviamo emozioni particolarmente intense o ci troviamo rapiti in un turbinio di pensieri, può sembrare che le parole razionali di chi ci sta accanto rimbalzino via dalla mente e che non riescano a interrompere e a far mutare la nostra sensazione di disagio. Spesso in queste situazioni risulta più efficace rallentare il respiro e prolungare l’espirazione, prendere contatto con l’appoggio dei piedi al suolo, spingere con forza le mani contro un muro. O, ancora più efficace ed immediato, abbandonarci al potere di un abbraccio con una persona che ci vuole bene.




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