Crescere insieme nel piacere del gioco

La psicomotricità come risorsa per lo sviluppo, l’inclusione e la partecipazione di ogni bambino

A cura di Fiorella Rubino

Dal 2014 realizzo progetti di psicomotricità per il supporto educativo e l’inclusione scolastica dei bambini con disabilità, soprattutto per la fascia di età 3-7 anni.

Nel tempo ho incontrato moltissimi bambini con disabilità e con bisogni educativi speciali, diversissimi fra loro per punti di forza e per fragilità. La grande sfida educativa è sempre stata e rimane la stessa. Come creare uno spazio di gioco in cui tutti possano sviluppare dei legami affettivi significativi con i compagni e in cui tutti possano condividere delle esperienze di crescita piacevoli?

Inizio con l’osservazione del bambino nel suo ambiente classe e con una chiacchierata insieme alle sue insegnanti. Così raccolgo le prime preziose informazioni sul bambino e sul suo modo di essere e di stare nel mondo, di entrare in relazione con i compagni, di adattarsi agli imprevisti, di fare fronte alle richieste più impegnative.

Proseguo con un primo incontro nella sala psicomotoria. Dispongo i materiali e mi preparo ad accogliere il bambino, facendo del mio meglio per sospendere le aspettative e per attivare sincera curiosità rispetto a quanto potrà accadere.

Attendo e aspetto che il bambino prenda l’iniziativa. Non è sempre facile tollerare il vuoto dell’attesa, soprattutto quando sembra che il bambino non stia facendo niente e che non stia accadendo niente. Devo fare appello a una buona dose di fiducia nelle risorse del bambino e nella mia capacità di meravigliarmi.

Lasciando il tempo e lo spazio necessari, il bambino esprime con chiarezza cosa gli piace e cosa lo disturba, cosa lo motiva e cosa lo blocca, cosa lo fa avvicinare e cosa lo fa allontanare. Ad esempio, un bambino può orientare lo sguardo ai riflessi della luce che attraversa una finestra piuttosto che l’udito al tonfo di una palla. Può rimanere immobile di fronte al movimento di un compagno piuttosto che indietreggiare al tocco di una stoffa. Può tuffarsi con entusiasmo sopra uno scivolo piuttosto che distendersi beatamente sopra un cuscino.

Sospendendo il mio fare per lasciare spazio al suo agire, il bambino può offrirmi la chiave per raggiungerlo là dove egli si trova. Per iniziare a costruire insieme a lui un terreno di interessi e di schemi di gioco condivisibili ed espandibili. Per iniziare a co-creare un linguaggio comune attraverso cui poterci incontrare negli affetti e poter ampliare la sua rete di relazioni.

L’aggancio non è sempre facile né immediato. Ci sono bambini che, al primo impatto, mi sembrano davvero irraggiungibili.
✱ Ci sono bambini che iniziano a girare per la sala come dei tornadi senza meta e senza sosta e che si voltano dall’altra parte o mi travolgono quando provo a inserirmi nel loro gioco.
✱ Ci sono bambini che fanno rotolare ripetutamente una stessa palla, contro una stessa parete e lungo una stessa traiettoria, mantenendo lo sguardo fisso sull’oggetto, e che cambiano immediatamente direzione non appena provo a intercettare il loro tiro.
✱ Ci sono bambini che restano fermi immobili sul pavimento, come vinti dalla forza di gravità, con lo sguardo perso nel vuoto, e che sembrano indifferenti o impassibili a ogni mia proposta.

Dall’esperienza ho imparato che non esistono bambini irraggiungibili.
Esistono bambini il cui modo di essere è più simile al mio e che per questo sento più vicini a me. Ed esistono bambini il cui modo di essere è molto diverso dal mio e che per questo sento più distanti da me. Soprattutto con questi bambini, sta a me imparare a leggere le indicazioni che essi stessi mi danno per trovare la strada giusta.

La possibilità di accompagnare i bambini per l’intero anno scolastico, giocando insieme a loro una o due volte alla settimana ogni settimana, mi offre l’opportunità di sostenere davvero la loro crescita. Di costruire relazioni di fiducia. Di creare insieme a loro degli schemi di gioco ricchi di significato, che, dopo essere stati condivisi con me e con le insegnanti, possono essere condivisi con un numero crescente di compagni.

Ad esempio, rendere riconoscibili dei punti fissi nello spazio e orientare la corsa in brevi spostamenti ripetuti, spesso mi ha aiutata a organizzare il movimento dei bambini “tornado” in un gioco condivisibile. Organizzando e rallentando il loro movimento, questi bambini sono subito apparsi più disponibili alla relazione. Dalla corsa avanti e indietro è stato possibile sviluppare il gioco di scappare insieme a un compagno dalle grinfie di un “mostro” o da una palla gigante mossa dall’adulto. La tana condivisa è spesso diventata un luogo privilegiato per lo scambio di sguardi e di sorrisi fra pari.

Animando la sala con la giusta dose di palle colorate, fatte rimbalzare e luccicare per ogni dove, in un certo momento anche i bambini più rapiti dalla propria palla hanno sollevato lo sguardo, aprendosi sorridenti a ciò che stava accadendo e all’incontro con il mio volto. Procedendo con pazienza un piccolo passo alla volta, è stato possibile trasformare questo tripudio di rimbalzi in un gioco di passaggi da loro volutamente direzionati agli adulti e ai compagni, con sguardi scintillanti e sonore risate. Spesso questo gioco è diventato un’occasione per condividere il piacere di lanciare degli oggetti nello spazio, nel fermento dell’attesa e nella sorpresa della traiettoria imprevista.

Intonare un semplice canto o produrre un ritmo con le mani o con gli oggetti mi è spesso tornato utile per risvegliare dal torpore i bambini meno attivi. Canti ritmici ripetuti hanno accompagnato la nascita dell’iniziativa dei bambini in semplici azioni, come rimbalzare seduti su una palla o salire e scendere da una rampa, prima da soli e poi insieme ai compagni. In questi giochi ho visto i corpi dei bambini rivitalizzarsi, espandersi nello spazio ed esprimere la gioia nel contatto con i compagni.

In questi percorsi, l’insegnante di sostegno è sempre al mio fianco, mettendosi attivamente in gioco nelle proposte, supportando lo sviluppo delle interazioni tra i bambini e svolgendo la preziosa funzione di ponte tra il gioco in sala psicomotoria e la didattica in classe.

Alla fine dell’anno scolastico, da questi progetti raccolgo sempre grandi soddisfazioni. Le soddisfazioni maggiori arrivano proprio da quei bambini che, all’inizio del percorso, sembravano irraggiungibili o per i quali sembrava impossibile proporre un’attività di movimento a causa delle limitazioni fisiche.

A conclusione del percorso i bambini appaiono più presenti, più coinvolti e più partecipi nelle attività. Più sicuri nel movimento, più chiari e decisi nella comunicazione, più capaci di proporre le proprie idee agli altri e più disponibili ad accogliere le idee proposte dagli altri. Più modulati nel far fronte agli imprevisti e nel tollerare l’attesa.

Sguardi, sorrisi e contatti arricchiscono le interazioni con i compagni, che diventano via via sempre più spontanee e reciproche. Il bambino con disabilità cerca di più i suoi compagni e i suoi compagni cercano di più il bambino con disabilità, mostrando una maggiore sensibilità alle sue caratteristiche e ai suoi messaggi.

E, soprattutto, i bambini appaiono visibilmente più inclusi e più partecipi nel gruppo. Per me il vero esito positivo sta proprio in questo: nel riuscire a creare per tutti i bambini coinvolti uno spazio di gruppo in cui convergere per ritmi e per interessi, mettere in gioco le emozioni e stare tutti bene insieme, apportando ciascuno il proprio contributo nella propria unicità.

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